Michele
Soavi, nato a Milano nel 1957, universalmente considerato come il regista
più interessante della nuova generazione del fantastico made in Italy.
Poco più che
quarantenne, Michele conserva una sincera aria da ragazzino un po’ timido
che lo fa sembrare assai più giovane. Sotto le apparenze, le doti che di lui
ti colpiscono subito sono la grande umiltà e l’impellente voglia di
comunicare con i propri "simili".
Rivelatosi, con il suo
primo lungometraggio “Deliria” (vincitore nel 1987 della sezione
“paura” al festival francese di Avoriaz), regista dotato di un forte talento
visionario, Soavi si è imposto da subito all’interesse del pubblico e della
critica, soprattutto transalpini e d’oltreoceano. Pensate che Tarantino è un
suo accanito ammiratore e che su sceneggiatura di questo gli è stato
proposto di girare, alcuni anni fa, il film “Dal tramonto all’alba”
poi diretto da Robert Rodriguez.
Formatosi
professionalmente con il cinema del compianto Aristide Massaccesi, alias Joe
D’Amato, svolgendo sul set mansioni di vario genere e recitando spesso e
volentieri in alcuni ruoli secondari, Soavi prima di esordire come regista,
ha collaborato come aiuto regista in alcuni film di Lamberto Bava (“La
casa con la scala nel buio”, “Blastfighter”, “Demoni”) e con
Dario Argento, dapprima come assistente alla regia per il film “Tenebre,
in seguito come aiuto regista per i film “Phenomena” e “Opera”,
dimostrando di avere ottime capacità tecniche e un personale gusto per
l’inquadratura ( molte inquadrature dei suoi film sono mere ricostruzioni e
omaggi a quadri di pittori famosi quali Bosch, Vallejo, Ernst, Magritte e
Bocklin).
Dopo il successo di
“Deliria”, è stato scelto da Argento stesso per dirigere due
pellicole horror: “La Chiesa” e “La Setta”, film di buon
successo commerciale che lo hanno consacrato l’erede del maestro (Dario
Argento).
Spinto da ambizioni
personali e dal desiderio di staccarsi di dosso l’etichetta di “erede” del
cinema di Dario Argento, Soavi ha spiazzato tutti realizzando il bellissimo
“DellaMorte DellAmore” del 1994, film atipico nel suo genere, una
meditazione sul destino e sull’amore, tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano
Sclavi, il papà di Dylan Dog.
Il 1999 ha segnato il
ritorno di Soavi dietro la macchina da presa, ma questa volta per un film
destinato alla tv e targato mediaset.
“Ultimo-la sfida”
è il primo di una trilogia su fatti di cronaca, realmente accaduti, che
hanno consacrato uomini semplici, per lo più appartenenti alle forze
dell’ordine, al titolo di piccoli grandi eroi di una battaglia tanto
sofferta e sentita contro l’ingiustizia e la delinquenza nel nostro Paese.
Gli altri due film sono rispettivamente
“Uno
bianca” , che racconta la storia di un altro piccolo eroe, questa volta
è un poliziotto, interpretato da un ottimo Kim Rossi Stuart, e “Il
testimone” che racconta la storia esemplare di un uomo, testimone di un
delitto di mafia, interpretato dal già collaudato Raoul Bova, che decide di
mettere a rischio la propria vita e quella della sua famiglia a costo di
aiutare la vittima innocente figlia dell’ucciso.
Soavi ha saputo
riscattarsi in maniera intelligente. Ha dato prova di una profonda
sensibilità verso temi toccanti e concreti che assillano da tempo il nostro
Paese, del tutto assenti nel suo cinema fantastico, che guardava a ben altri
argomenti.
In effetti il bagaglio cinematografico di
Michele soavi non è dei migliori o dei più consistenti; malgrado ciò ha
sicuramente lasciato una traccia di sè nelle sue opere più ben fatte e più
note; mi riferisco ovviamente a: "Deliria", "La setta", "La chiesa", "DellaMorte
dellAmore" , tutte opere magnifiche e che possono anche servire ai registi
horror di domani.
Rimaniamo comunque in attesa di novità da
Soavi, nella speranza che arrivino, e presto.